giovedì 7 giugno 2012

"Aveva gli occhi pesti e io le dicevo: torna a casa"

Questo è il seguito dell'articolo "L’inchiesta Storie di violenza: 3 Donne che denunciano: Ma che succede dopo? Parlano gli operatori" tratto dal "Corriere della Sera":

Antonio, carabiniere: «La mia non era cattiveria, ma ignoranza. Ora, dopo i corsi di formazione, so come si fa. E non giudico più nessuna»

«Ma che gli hai detto per farti ridurre così?».

Antonio abbassa lo sguardo, è l’unico cedimento di un lungo colloquio. È la prima volta che racconta se stesso, è sorpreso che qualcuno gli chieda di sé. Però è un carabiniere, «un servitore» dice lui, e non si tira indietro. «Lo so, è una domanda terribile per una donna che bussa in caserma con un occhio nero. È come darle un’altra sberla, la più forte. Eppure non sapevo dire altro: “Su, tornatene a casa, fate pace”. Non era cattiveria la mia, era ignoranza. Oggi so dargli un nome: mancanza di competenze».

Antonio è figlio di contadini del Sud, arrivato a Milano con la terza media («una scarpa e una ciabatta»), il mito dell’Arma. «Come tanti miei colleghi, mi sarei precipitato fuori di casa in pigiama e senza pistola per catturare un rapinatore… Ma di maltrattamenti, di donne e bambini, che ne sapevo?».

Alla violenza familiare e sessuale ci è finito per punizione, dopo un litigio con il suo capitano. La pietra scartata. «Mi son ritrovato lì davanti a donne violentate e bambini abusati, orrore senza fine. Ho dovuto rimboccarmi le maniche, cercare di capire, leggermi libri, comprati a mie spese s’intende. Poi finalmente è arrivata la formazione. Lo scriva che la formazione è fondamentale». Anche se poi per questi uomini in trincea ci sarebbe bisogno di molto altro, anche di aiuto. «Ha ragione, a noi non ci si fila nessuno. Ci sono momenti terribili, ma lo psicologo è un lusso che non possiamo permetterci».

«Rischi di venir travolto dall’onda di dolore, quando una donna stravolta inizia a parlare. È una gran fatica non perdere il filo, la pazienza, la sua fiducia e riuscire a collocare gli eventi nel tempo e nello spazio. Operazione fondamentale per costruire una buona denuncia. Ci vogliono anche sei/otto ore di lavoro e due o tre colloqui».

«Mentre lei parla, un fiume in piena, qualche volta il pensiero corre a mia moglie, alle nostre molte diversità, alle mie rigidità, vorrei fosse fiera di me e le sono grato di essere una donna forte e libera» .

«Non giudico chi ho davanti, cerco di non farlo, ma non sono ancora riuscito ad accettare la lunga sopportazione di botte e insulti: ma come si fa a stare con certi animali? Certe volte mi sale la rabbia, quando ci sono di mezzo i bambini, divento duro,non sopporto incertezze e complicità. Poi so che la via più efficace, nel contrasto all’emergenza, resta quella di far sentire accolte e protette. Ci sono donne che i lividi più resistenti li portano nell’anima, ma che poi sanno reagire. È il momento più pericoloso, lui sente di uscire dall’orizzonte, sente che è per sempre e diventa più violento. Scatta a quel punto la protezione».

«Mi sento a posto se una donna lascia la caserma sapendo di non essere sola e di essere protetta. Subito dopo corro ad abbracciare le mie figlie, ne ho bisogno come l’aria. E infatti, scusi, devo scappare, non vorrei arrivare in ritardo al saggio di danza»

In treno verso casa, nell’hinterland, caldo africano, pendolari stipati, c’è ancora il tempo per conoscere se stessi, per quel che si può fare con un’intervista.

«Tante persone mi dicono grazie. Ma io non sono bravo, sono fortunato. Da una famiglia povera ho ricevuto un patrimonio: la dignità, mia e degli altri, da mettere sempre e comunque avanti a tutto. E il senso dell’onore».

Cos’è l’onore? «Il complesso di qualità morali. Non rida, lo so, sono un carabiniere, un uomo all’antica».

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