giovedì 7 giugno 2012

Un «codice rosa» al pronto soccorso

Questo è l'ultimo articolo che fa seguito all'articolo "L’inchiesta Storie di violenza: 3 Donne che denunciano: Ma che succede dopo? Parlano gli operatori" tratto dal "Corriere della Sera":

«Chiedimelo, ti prego chiedimelo…». La supplica è silenziosa, nascosta dall’occhio nero e dall’ennesima scusa di un barattolo volato giù dalla dispensa. «In anni di pronto soccorso ne ho viste troppe. Donne fragili e smarrite che vorresti trascinare fuori dall’inferno in cui vivono. Purtroppo non è facile riuscirci. Bisogna aspettare ed entrare nei loro silenzi. Tutte sperano che qualcuno faccia loro domande giuste». Vittoria Doretti è medico rianimatore a capo del «Codice rosa», il progetto — ideato dalla Asl 9 e dalla Procura di Grosseto nel 2010 — che riunisce in task-force medici, magistrati, infermieri, psicologi, assistenti sociali e forze dell’ordine.

Una squadra coesa che ha portato ottimi frutti a Grosseto — da 309 casi seguiti nel primo anno si è passati a oltre 500 (+63%) segnalati nel 2011 — e simili risultati nelle altre asl toscane che dal 2012 sperimentano il modello. Il progetto ha varcato i confini regionali in un virtuoso «effetto domino»: Torino ha già attivato il codice rosa e sono interessate a replicare l’esperienza Sicilia, Puglia, Calabria, Veneto e Lazio.

«Quando una donna si presenta in un centro antiviolenza ha già fatto venti passi in avanti. La difficoltà maggiore è proprio iniziare il percorsoe per questo noi siamo al pronto soccorso dove, purtroppo, prima o poi tutte le vittime di violenza passano. Magari proprio accompagnate dal marito o compagno violento. Noi siamo lì proprio per riconoscere i loro silenzi dolorosi».

Il pronto soccorso è spesso troppo affollato. «La frenesia delle urgenze e le domande non sempre discrete spesso creano una barriera: le vittime non denunciano e i cosiddetti incidenti domestici crescono — aggiunge la Doretti —. Insieme a Giuseppe Coniglio (sostituto procuratore di Grosseto ndr) abbiamo stravolto le procedure per metterci nei panni delle vittime. Abbiamo costruito le condizioni migliori per ascoltare senza giudicare, anche se alla fine la donna deciderà di non denunciare».

Oltre al classico triage — i codici rosso, giallo e verde e bianco — gli infermieri, formati appositamente, assegnano il «rosa» alle presunte vittime di maltrattamenti. A questo punto entra in azione la task-force e le vittime (non solo le donne, a dir la verità, ma tutte le fasce più fragili come gay, anziani e minori) hanno un canale preferenziale e vengono assistite. Un percorso protetto che si svolge in una «stanza rosa»: «Sono imedici, infermieri, psicologi, assistenti sociali e i poliziotti in borghese ad andare da lei. Se si tratta di uno stupro — aggiunge la Doretti — i medici raccolgono subito le prove fondamentali per un eventuale processo. Sono formati, conoscono procedure e leggi. Ad ogni ora del giorno e della notte la task-force è sempre reperibile e collabora con i centri antiviolenza. La nostra regola è: non dire mai non è di mia competenza». Un impegno che sta crescendo, coinvolgendo tante figure come insegnanti, studenti e i farmacisti, altre sentinelle fondamentali.

«Inutile negare che non sia pesante: le storie di queste vittime ci restano dentro, soprattutto quando decidono di ritornare nelle mani del loro carnefice — racconta la Doretti — ma per noi è impossibile tornare indietro e fare finta di non vedere: ogni codice rosa, ogni silenzio rotto, è una piccola vittoria che ci ripaga della tanta fatica».

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